Fabio Andrea Petrini

Hacking genetico: violare un sistema attraverso un finalmento di DNA

7 Aprile 2021

Chi orbita nel mondo della cybersecurity, avrà certamente sentito parlare di exploit, ovvero una porzione di codice eseguibile per creare, in un software, un comportamento non previsto (finalizzato ad esempio a conquistare privilegi di amministratore in un computer, in parole povere: “bucare il sistema”).

Solo da pochi anni, però, è stata paventata l’ipotesi che, questi exploit, si sarebbero potuti installare all’interno di una molecola genetica. E non è un film di fantascienza.

In una conferenza presentata il 14 agosto 2017 a Vancouver (DNA sequencing is vulnerable to this sneaky attack), i ricercatori hanno presentato uno studio particolarmente interessante. In pratica è stato creato un filamento di DNA sintetico che, una volta sottoposto alla lettura per l’elaborazione, ha eseguito una serie di comandi per prendere il controllo della macchina che lo stava analizzando.

Tutto questo non è da considerarsi un grosso pericolo, almeno per il momento. Gli scienziati hanno infatti agevolato l’operazione disabilitando alcune funzionalità di sicurezza e aggiungendo una falla nel sistema. Ciò non toglie che, questo studio, ha evidenziato un nuovo fronte su cui il bioterrorismo potrebbe indirizzarsi. D’altra parte il DNA, nella sua forma più elementare, è una sequenza di elementi semplici che si combinano per memorizzare informazioni.

Prendendo le giuste precauzioni, i laboratori di analisi possono quindi affrontare le vulnerabilità. Ma quali saranno i progressi compiuti, dopo quasi quattro anni dall’USENIX Security ’17, su questo fronte dell’insicurezza informatica?

DNA
(Credit: Dennis Wise/U. Washington)

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