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Mafia, politica, economia criminale: un problema nazionale

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25 aprile 2010 - Categorie: Editoriali, Politica, informazione

“Un fiume di denaro sporco che passa dall’economia criminale all’economia legale anche attraverso i politici di ogni livello”. Queste sono le parole del presidente della commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu ma anche il tema dell’evento “Mafia, politica, economia criminale” del Festival Internazionale del Giornalismo 2010. Un evento che ha visto come protagonisti Gianni Barbacetto (Il venerdì di Repubblica), Ivanhoe Lo Bello (presidente di Confindustria Sicilia), Giuseppe Lo Bianco (Il Fatto Quotidiano), Sigfrido Ranucci (Report Rai 3), Sandro Ruotolo (Annozero Rai 2) e Nicola Biondo (L’Unità). E’ mancato all’appello il magistrato Antonio Ingroia, ospite attesissimo ma assente per motivi d’ufficio.

I partecipanti, in totale sintonia tra loro, convergono su tutte le opinioni espresse. Cosa Nostra e le altre mafie esistono perché hanno forti legami con la politica e gli affari economici. Hanno bisogno di territori che non mettano in campo processi di modernizzazione. Le aziende “mafiose” sono sponsorizzate, oltre che dalla mafia stessa, dalla burocrazia e dalla politica. Un sistema malato che instaura i cosiddetti mercati protetti. Lo Bello afferma che questo fenomeno va combattuto con iniziative analoghe a quella intrapresa dalla Confindustria siciliana (via chi paga il pizzo) e con lo sdegno morale. Si deve andare fino in fondo per sconfiggere il blocco sociale che coinvolge tantissime persone, molte delle quali non sono mafiosi né criminali, ma utilizzano e condividono un’impostazione parassitaria. Questo blocco dominante, riesce attraverso politiche clientelari a trovare un grande consenso. Per fortuna ci sono anche delle aziende che riescono a comprendere le sfide del mercato e, con grande coraggio, si rifiutano di entrare in questo circolo vizioso.
Secondo Barbacetto la vera differenza tra Nord e Sud sul tema della mafia è la consapevolezza della sua esistenza. Il giornalista del Fatto quotidiano spiega che, al nord, il territorio si rifiuta di parlare dei fenomeni mafiosi ormai molto diffusi. “Non viene posto come problema, a Milano il Sindaco e il Prefetto, cioè le due più grandi autorità di governo, dicono che la mafia non è presente. Il settore dell’edilizia è invece  fortemente compromesso, come lo sono gli appalti nella pubblica amministrazione”. Barbacetto non si lascia nemmeno sfuggire un elenco (nomi e cognomi) di importanti politici lombardi che hanno avuto “contatti certi con la mafia”, precisando che non è assolutamente provata la loro connivenza, ma per un politico “è fondamentale saper riconoscere le persone con cui intrattiene rapporti”.
Anche Ruotolo, dopo aver ricordato che il tratto Milano-Brescia è stato fatto da aziende dell’ndrangheta, ha sottolineato che si tratta di un fenomeno nazionale e la politica, insieme al mondo economico, dovrebbero escludere dalle proprie dirigenze e dai ruoli istituzionali le persone anche solo “abbastanza sospette” di collusione, senza aspettare i tempi di una condanna giudiziaria. A surriscaldare gli animi della platea ci pensa Nicola Biondo, giornalista dell’Unità, da cui arrivano le frasi e i momenti più suggestivi: questo paese non cambierà “finché qualcuno non scende con i forconi e chiede al senatore Dell’Utri conto e spiegazioni sulla frase ‘io mi sono fatto eleggere perché mi dovevo difendere al processo’. Nemmeno Giulio Andreotti, sottolinea Nicola Biondo, aveva mai detto una cosa simile. Questo è un paese violento perché la sua classe dirigente è stata sempre violenta”. E fra gli applausi, Biondo conclude il suo intervento con un attacco alla Lega Nord: “hanno fatto una proposta che sarebbe il sogno di un Riina o un Provenzano: far eleggere i magistrati dal popolo su base elettiva regionale. Vi immaginate in Sicilia, in Campania, in Calabria e in Lombardia cosa succederebbe?”.

Fabio Andrea Petrini


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Pubblicato da: Fabio Andrea Petrini

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